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un uomo.

ho conosciuto un uomo. barba bianca, occhio azzurro. pelle diafana. non sono sicura del significato della parola “diafana”, ma è questa che mi viene in mente quando rimango senza pensieri mentre lo fisso.
un uomo, sì. ci voleva. mi ha rimorchiato al bancone del bar. incredibile, no? deve essere stato molto sagace. o molto simpatico. più che altro, credo che “bellissimo” sia stata la cosa principale che ho rilevato in quel momento. sì, sorrideva, certo. sì, parlava, certo e di argomenti anche interessanti. credo. di montagna, di snowboard… del tempo? non ricordo. bellissimo è l’unica cosa che ricordo. i suoi occhi. blu. e la sua pelle. liscia. come un magnete, i pensieri tornano lì. perdo il filo del discorso. mi guarda come se fosse felice di vedermi…. no, non è così. come se gli desse piacere osservarmi. non lo so. mi ha offerto una sigaretta, una birra, ancora una sigaretta. mi ha parlato. mi ha corretto l’impostazione sullo snowboard, mi ha raccontato di uno stato mentale. ci siamo seduti a prendere il sole. abbiamo riso. ha detto che il suo target di donna è tra i 20 ed i 28, perchè dopo i 28, non sa come, tutto diventa sempre una storia seria. avrei voluto interromperlo, enumerargli gli almeno dieci buoni motivi per cui qualsiasi donna dotata di un minimo di fiuto per un buon partito vorrebbe averlo per sè. non l’ho fatto. probabilmente li sa già, ma mi sarebbe piaciuto guardarlo mentre glieli raccontavo. qualche ora dopo aver illuminato la mia giornata, è scomparso nel nulla. volatilizzato. così, ti dicevo. ho conosciuto un uomo. è stato davvero bellissimo.

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cose da (non) farsi [R.I.P.]

a volte sono testarda. o forse, mi intestardisco. su posizioni che non sanno stare in piedi da sole… a cui mi appoggio, con tutto il corpo, che puntello, usando tutto il mio peso e sorreggo, usando tutte le mie scuse.

cose da (non) farsi. e non so ancora cosa farmene di quel (non). potrei continuare dritta sulla mia strada e scriverti ogni volta che mi manchi. sì, sarebbe bello. sì, sarebbe facile. se non fosse così dannatamente complicato, ogni volta. parole lanciate come coltelli, per ferire o per difendere, ancora non si capisce. ma volano lame e il risultato è sempre che uno dei due alla fine sanguina, mentre l’altro ride. o rode. ancora non si capisce.

nel mondo fatato dei miei sogni ogni amore diventa una amicizia. si trasforma, in un batter d’occhio, e ci accompagna tutta la vita.

ma.

non è così. forse non è così. non lo saprei dire, perchè in effetti in 35 anni non mi è mai capitato. o forse sì, ma ormai è morto.

nel mio mondo dei sogni fatati siamo in grado di incontrarci su un terreno neutrale e semplicemente parlarci. senza che sesso e rancori arrivino a ostacolare tutto. e questo accade ogni volta. ed ogni volta. ed io sono piena di amici. uno per ogni persona che ho amato.

nel mondo di tutti i giorni questo non accade. le persone preferiscono difendersi, ergendo muri e scagliando rantoli di rabbia, in difesa. si distruggono, si autodistruggono, si fanno a pezzi, pur di poter cancellare tutto e non dover più prendersi cura di niente. dimenticare. cancellare. ridurre in poltiglia. denigrare. odiare.

eppure. io non ne sono capace. e spesso mi intestardisco. su posizioni che non sono difendibili. che non si possono spiegare a parole. che possono solo essere sentite risuonare a vuoto, come i nomi delle persone che ho perso.

a volte sono testarda.

eppure.

finirò in pezzi. o l’avrò vinta.

chi lo sa.

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demoni interiori (colloquio con)

– lui ha detto che ci saremmo sentiti, io l’ho chiamato, lui non mi ha risposto, ci ha messo un’ora a richiamarmi e io non ho risposto.
– sul sero? sei arrabbiata PER QUESTO? perchè non vi siete riusciti a sentire una sera?
– no. non è per questo.
– e allora cosa?
– per il modo in cui me l’ha detto. per questa mia continua impressione che cambi versione in continuazione ed io non so più qual’è la realtà delle cose. in realtà, nemmeno ci tenevo più di tanto a sentirlo. ma una parte di me aveva bisogno. di sapere.
– sapere cosa?
– sapere cosa mi aspetta. in futuro.
– non capisco.
– ti spiego. forse l’accusa più grnade che gli ho fatto nei nostri nove mesi di relazione è che mi sono spesso sentita trascurata. o meglio, ho sempre sentito che lui si prendeva cura di me in maniera incostante. e per la precisione, solo quando gli andava o ne aveva il tempo o la voglia. forse sono io che pretendo troppo e che sbaglio. non lo so. però credo che le persone debbano prendersi cura le une delle altre sempre. non a sprazzi. non solo nelle serate vuote o nei momenti liberi o quando non si ha altro da fare.
– non mi sembrava davvero una persona incapace di prendersi cura di qualcun altro.
– all’inizio, non sembrava nemmeno a me. ma forse abbiamo due concezioni diverse del prendersi cura degli altri.
– però. non cambiamo argomento. raccontami cosa è successo stavolta.
– stavolta è successo che quella sera arrivava un’altra. per la precisione, la stessa per cui il sabato che l’ho lasciato avevamo interrotto una discussione piuttosto seria perchè “ora la devo andare a prendere”. quindi, realisticamente avevo già il dente avvelenato, o quanto meno ero già in preallarme.
-….. questo non è carino.
– lo so, ma non ci posso fare niente. è come quando ti scotti prendendo in mano una cosa che era sul fuoco. poi la volta successiva non puoi mica fare a meno di ricordartene e di avere paura a toccarla.
– vai avanti.
– bene. lui mi aveva detto che ci saremmo sentiti la sera. sinceramente, per me non eran nemmeno necessario, avevamo chiaccherato nel pomeriggio
– aspetta aspetta. quindi mi stai dicendo che state litigando per un momento in cui non vi siete sentiti, momento in cui però tu non ritenevi nemmeno necessario sentirvi…?
-…sì.
– ti accorgi di quanto sia incoerente?
– no. o forse, sì. ma non come intendi tu. forse l’incoerenza è stata mia, avrei dovuto dirgli “guarda lascia stare. tanto stasera sarai con margherita. e di sicuro succederanno casini”. ma non gliel’ho detto.
– perchè?
– perchè… non lo so. perhcè pensavo che fosse diverso, stavolta. perchè è stato lui a chiedermi di sentirci. perchè quando io gli dico “ci sentiamo più tardi” non è che poi mi dimentico di chiamarlo.
-allora quella sera del regina nera, in cui lui si è preoccupato?
-… ma io quella sera non ho dimenticato di chiamarlo. gli ho scritto un messaggio di fretta, perchè eravamo in macchina e poi siamo arrivati al locale e poi dovevo cambiarmi e…
-… e non hai trovato il tempo di chiamarlo.
-….già.
– come lui non ha trovato il tempo giovedì.
– già. ma è diverso.
– diverso? sicura?
-…..no. cosa dovremmo fare allora? non sentirci mai le sere in cui siamo con i nostri amanti?
– …. stai cercando di fissare una regola unica per tutte le future serate con gli amanti? ti rendi conto di quanto sia… assurdo? controproducente? impossibile?
– …. noi abbiamo sempre costruito regole.
– forse è qui che avete sbagliato.
– le regole servono per proteggerci. per non farci male a vicenda.
– e questa cosa funziona?
– … no.
– quindi cosa credi di fare in merito?
– … smettere di mettere regole?
– e poi?
– smettere di pretendere cose da lui che non posso avere?
– e poi?
– …. e poi andrà tutto a puttane.
– perchè pensi questo?
– perhcè io e lui siamo troppo diversi. e non troveremo mai punti d’accordo a sufficienza per sopravvivere l’uno all’altra.
– e invece, mettendo regole e imponendovi di seguirle… funziona…. giusto?
– …. no.
– di cosa avevi bisogno giovedì sera, che lui non ti ha dato?
– questa domanda ha un miliardo di risposte.
– sentiamole. ho tempo.
– ….. la prima. di sapere che avrebbe rispettato i patti e preso in considerazione le mie tempistiche.
– mmmh.
– cosa?
– e tu, le sue tempistiche le hai prese in considerazione? o hai solo preteso che lui rispettasse le tue?
– ma LUI aveva detto che ci saremmo sentiti.
– e tu NON gli hai detto che non era necessario o che non ci sareste riusciti.
– ma io gli ho telefonato.
– anche lui.
– ad un orario in cui in genere ci sentiamo.
– no. ad un orario in cui faceva comodo a te. e hai preteso che lui fosse lì,a risponderti, all’istante. anche se era in compagnia. anche se stava facendo altro. anche se non era la serata dedicata a te.che cosa vuoi? una relazione poliamorosa e rispettosa o un rapporto di schiavismo?
– ……
– andiamo avanti. perchè non hai risposto quando lui ti ha chiamata?
– perchè avevo tolto la suoneria.
– perchè stavi dormendo?
– non lo so. no. probabilmente no. forse ero ancora sveglia.
– e se eri ancora sveglia perchè non gli hai risposto?
– perchè ci ero rimasta male, che lui non mi avesse risposto. perhcè l’ho immaginato a cena, con un’altra. o a letto ocn un’altra. o a ridere con un’altra. e ho pensato che di me non gliene fregasse niente, in quel momento.
– forse era anche vero. perchè tu, quando sei con alessandro, hai voglia di interrompere le vostre cose per chiamare lui?
– … no.
– ….
– così non funzionerà. mai.
– chi te lo dice?
– ci faremo solo del male.
– chi te lo dice.
– io mi aspetto cose da lui che lui non fa.
– e allora smettila di aspettartele.
– e se le reputassi cose fondamentali per un rapporto di coppia?
– allora ciò significherebbe che voi non avrete un rapporto di coppia. da quando sei così attaccata alle parole?
– ….. quindi cosa saremmo?
– quello che potete essere.
– e se a lui non andasse bene? e se io non riuscissi a farglielo capire? non sono davvero così sicura che così funzionerà.
– invece, come la state attualmente gestendo, funziona bene?
– no.
– forse dovreste allentare.
– …. non credo sia la soluzione.
– forse non siete fatti per essere una coppia.
– ….quindi. tutti questi discorsi. e siamo alla stessa conclusione con cui sono partita.
– hai mai preso in considerazione l’idea che le tue siano scenate di gelosia?
– .
– che c’è?
– io NON SONO GELOSA.
– davvero?
– davvero.
– conosco decine di persone che potrebbero dire che la scenata del giovedì sera per una telefonata mancata E’ ESATTAMENTE il prototipo di gelosia classica della femmina classica in una relazione classica.
– … tu dici?
– sì. e dico che tu ti nascondi. perchè non lo vuoi ammettere. parli di territorialità, parli di invidia, parli di egocentrismo, parli di “io sono la prima”. ma in realtà. sei solo gelosa. e spaventata.
– no.
– sì.
– no. non è la gelosia il problema.
– ah no?
– no.
– cosa ti ha dato fastidio giovedì?la cosa più fastidiosa di tutte?
– … che lui mi abbia scritto che non mi aveva risposto perchè stava cenando con un’altra.
– e non è gelosia?
– no. è l’incoerenza. che mi infastidisce.
– l’incoerenza? ti ha scritto dopo appena mezz’ora. ti ha richiamato dopo quarantacinque minuti. proprio quei quarantacinque minuti che anche tu, venerdì sera, lo hai fatto aspettare dopo quel primo frettoloso mesaggio.
– ….
– allora?
– …..
– sei gelosa?
– …. no.
– … con te non si può parlare.
– …. lo so.
– hai la tua idea in testa. e vai avanti con quella.
– io NON SONO gelosa di M.
-….. ahhahahaahahahahahahahah. questa è davvero la panzana più grande tra tutte quelle che hai detto oggi.
-…
– perdonami, ma M. non era mica la stessa di quella “goccia che ha fatto traboccare il vaso”?
– ….sì.
– quella per cui ti eri arrabbiata perchè lui stava dedicando tempo ad un’altra invece che a te?
– …sì.
– quella da cui lui è passato a prendere un caffè  e tu gli hai fatto una scenata?
– ….sì.
– la stessa per la quale lui ti ha vagamente accennato a dei “diritti” e tu ti sei immediatamente INFUOCATA?
…….. sì.
– e sei sicura che questa non sia gelosia?
– …… no. gelosa di cosa?
– non lo so.forse di non essere più la prima. o l’unica.
– …..
– anche se, a dire il vero, mi pare che lui continui solo a ripeterti che tu sei la prima. oggi ti ha persino scritto che rinuncerebbe a tutte le altre per te.
-…..
– pensaci bene. in fondo, tu sei SEMPRE stata la prima.
– ….
– sempre. in tutte le tue relazioni. anche in quelle non monogame.
– già. beh. esistono delle relazioni non monogame in cui c’è comunque una prima.
– ma tu non lo sei più. non lo vuoi più. hai chiesto tu di non essere più partner primari. ricordi?
– già.
-quindi?
– …..
– QUINDI?
– questa cosa non finirà bene.
– perchè? perchè tu hai bisogno di essere il partner primario, forse? sempre?
– … non lo so.
– non sei forse felice che A. non esca con nessun altra a parte te? non ti sei forse sentita benissimo quando ti ha detto che da quando è tornato ha scopato solo con te?
– …..sì.
– continui a dire che non vuoi essere la prima?
-…..
– lo sai che lui è questo che vuole. lo farebbe.
– ma ci abbiamo già provato. e non ha funzionato.
– quindi ora perchè ci state riprovando?
– … non lo so. perchè me lo ha chiesto lui.
– ……..
– … lo so. suona davvero male.
– ci credi in questo rapporto? ci credi davvero?
– non è questione di crederci o no.è questione che non funziona. in nessun modo.
– quindi non ci credi. non più.
– ….. io non lo so.
– sai cosa credo? credo che sia tu che non vuoi più che lui sia il primo. e non hai le palle per affrontare questo discorso e dirglielo a chiare lettere. o forse non hai le palle per accettarlo, perchè in fondo gliel’hai già detto e lui ti ha detto che va bene così. forse in realtà sei tu che sei preoccupata e cerchi di scaricare tutte le colpe su di lui. di trovare in lui difetti. che in realtà hai tu. la malizia non è nell’occhio di chi guarda? non è sempre questo che dici?
– ….sì
– e allora forse non è che stai accusando lui di fare cose che in realtà stai facendo tu?
– ….
– non sei tu, che fai fatica a cedere una parte del tuo tempo con A. per chiamare lui?
– ….
– non sei tu che non sei disposta a interrompere una cena per messaggiargli o per chiamarlo e lo fai solo a fine serata o mentre sei in macchina o proprio quando non avete più nulla da fare insieme…?
– …..
– forse sei tu che non accetti una relazione non primaria. ci hai mai pensato?
– …no.
– hai sempre avuto dei problemi ad ammettere che qualcosa nella tua vita fosse in grado di FINIRE. lo sai.
– …
– hai sempre lasciato i tuoi “fidanzati” sentendoti come se ti stessero lacerando il cuore. ma quando una cosa non funziona, non funziona e basta. e bisogna lasciarla andare.
– …. ma tu da che parte stai?
– dalla tua. sempre dalla tua. stai parlando con te stessa. da che parte dovresi stare?
– credi che dovrei lasciarlo?
– credo che dovresti fare quello che ti rende felice.
– e cioè cosa?
– bambina. questo lo puoi sapere solo tu. e lo sai. solo, non hai le palle per ammetterlo. o per affrontarlo. nemmeno per scriverlo.
– ci rimarrà male.
– sta già soffrendo.
– gli si spezzerà il cuore.
– sta già succedendo.
– gli ho appena detto che ci proverò.
– e perchè lo hai detto?
– iontendevo dire che proverò ad accettare come è fatto. ma questo non implicava affatto che saremmo riusciti a ricucire insieme il rapporto di una volta.
– e cosa implicava?
– che l’unico modo è alleggerire. come sapevo già due mesi fa, quando ho iniziato a pensare di lasciarlo.
– parlami di questo “alleggerire”.
– non so se posso farlo. non so nemmeno io cosa significhi. so che per amare una persona e condividere determinati sentimenti e progetti, io ho bisogno di cose che in questo rapporto non trovo.
– e …
– e che è inutile che io gli chieda e lo costringa a fare. lui non è così. è diverso. e non c’è altra possibilità.
– ti ha detto che si sarebbe impegnato. che ci avrebbe provato. che sarebbe cambiato.
– le persone non cambiano. non per fare contente le altre persone, quanto meno.
– finalmente un punto su cui siamo d’accordo.
– quindi, cosa dovrei fare?
– io non lo so.
– sabato lui sarà qui. e io cosa dovrei fare?
– io non lo so.
– …. non sei d’aiuto.
– mi dispiace.
-….. non mi sento affatto meglio.
– non ho mai detto che lo avresti fatto.
– ora dove le trovo le forze per affrontare la giornata?
– non lo so. attingerai dalle riserve, come al solito. sembra che tu le abbia infinite. salvo poi covare rancore e rabbia e tirarle fuori al primo screzio o alla prima lieve discussione.
– ….sì.
– sei felice con lui?
– no.
– allora lascialo andare.
– no.
– …è inutile parlare con te.
– ….sì. lo so.

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al-meno bigama.

bigamia: della capacità di una persona di amare due persone alla volta. vedi alle voci:
poligamia/poliamore/insaziabilità/incapacità di accontentarsi o di scegliere.
sicuramente, io sono AL MENO bigama.lo so con certezza ora, momento della mia vita in cui mi scopro
totalmente non in grado di rinunciare ad una persona per un’altra. o quanto meno, di non volerci nemmeno
provare.

perciò sì, potenzialmente sono bigama. perchè in questo preciso momento, non sarei in grado di mollare
nulla di ciò che ho per sostituirlo con qualcos’altro. tutt’al più, potrei solo aggiungere. aggiungere
persone capaci di comprendere, accettare, amare e convivere con questa mia capacità.

la Treccani a bigamia recita:
“reato di chi…blabla….delitto bilaterale…blabla…la pena….blabla”. che tristezza. ad oggi, per lo
stato italiano bigamia è solo un reato tra persone. non un sentimento. e solo tra persone CHE SI SPOSINO.
il caso in cui due o più persone si INNAMORINO non è nemmeno contemplato, la parola esiste solo in quanto
indicante un reato. non una possibilità quotidiana tangibile e vera. fantastico, realizzo solo adesso che
uno dei più distinti dizionari descriventi il nostro mondo non si prende nemmeno il disturbo di considerare
la bigamia come qualCOSA. qualcosa che accade. che succede. che ESISTE. che è POSSIBILE. qualcosa da
insegnare ai nostri figli, per permettere loro di scegliere meglio o quanto meno di tollerare. che
tristezza. essere innamorati di due persone insieme….alzi la mano chi non lo è mai stato. ma sarebbe
troppo scioccante ammetterlo. figurarsi addirittura SCRIVERLO.
in tutto questo, ci salva wikipedia, che almeno mette una pagina di disambiguazione con un collegamento
alla voce poligamia. ma wikipedia non è IL sapere. è solo una raccolta di informazioni redatta a più mani.e
comunque, nemmeno qui si parla di amore.

a pensarci bene, è un bene raro, innamorarsi. non è facile che succeda con una persona. immaginatevi con
due! per questo mi chiedo: sono mai stata davvero bigama? forse sì. spessissimo ho avuto due storie
contemporaneamente. all’insaputa l’una dell’altra, ovviamente, sì. ho tradito spesso, sì, un uomo con un
altro. ma non per forza per amore. ho avuto storie parallele, spesso, sì, ma non ero innamorata veramente
di entrambi… e poi… sì. ancora: sì. per un breve periodo di tempo, ho avuto il piede proprio spalmato
su due differenti staffe. durato pochissimo, per una combinazione puramente casuale di eventi.che poi…
casuale davvero oppure no? questo non lo saprò mai. so che si è conclusa, in frettissima, perchè io ho
chiuso una delle due storie. forse avevo solo paura di quel che sarebbe potuto succedere. in fondo, le
coincidenze molto raramente sono coincidenze. poche coincidenze sono frutto puro del caso. la maggior
parte, forse sono solo qualcosa che dovremmo ASCOLTARE.

comunque, così è stato. ho attraversato la strada di una persona, agguantata solo per caso. poi persa. poi
ritornata. poi persa. poi ritornata. in tutto questo, ero innamorata di un’altra persona. persa e ripresa.
persa e ripresa. poi persa. sono stata una donna bigama? sì. c’è stata una piccola sovrapposizione di
momenti, minuscola, in cui io ho amato tutti e due. in cui avevo doppie conversazioni della buonanotte.
doppio messaggio del buongiorno. reciproche consultazioni tra i tre capi del triangolo su argomenti di bene
comune. è durato solo un soffio. eppure. mi sono sentita così bene. non dico completa, ma sicuramente
serena. serena e tranquilla che almeno uno dei due a mia disposizione l’avrei semrpe trovato. vi suona un
po’ egoista, crudele e materiale? un po’ troppo superficiale come motivazione? può darsi. eppure è così. è
come quando vai al supermercato e non trovi proprio quello che cercavi, ma compri due articoli che,
sommati, danno il risultato che tu speravi di trovare in uno solo. cinica? può darsi. elisa diceva che sono
una donna troppo esigente per trovare davvero pace con un solo uomo. che uno solo non basta. è la verità?
ci sono persone che non sono in grado di completarsi in una sola metà? o sono solo io che sono dannatamente
egoista e intransigente per cui non mi basterebbe nemmeno l’intero esercito italiano (se non fosse che
l’ultimo buon proposito era “mai più militari”)?

questa risposta non la so. ditemelo voi. oggi, mi proclamo al-meno bigama. perchè poi in realtà una vera
vita poligama non l’ho mai avuta. sempre due, ora che ci penso. perchè forse due potrebbero bastare. perchè
forse è la mia idea di stabilità. il mio calore di casa. forse bigama è la soluzione, forse lo sarò sempre.
o forse non basterà. mai.

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poligamia monolaterale (o Delle Chimere e delle Infinite Sfumature)

premessa: uso il termine POLIGAMIA per
indicare tutto ciò che è contrario alla
MONOGAMIA. detesto il termine POLIAMORE,
ma sarebbe il suo equivalente.

a volte capita. che hai bisogno di
essere l’unica. e a volte capita. che
hai bisogno che ci siano ALTRE. non per
forza anche ALTRI. se c’è una qualità
ammirevole nell’essere umano è che non
è descrivibile con indici discreti, ma
solo tramite sfumature. sarebbe a dire,
che non esistono davvero muri e limiti e definizioni, ma una infinita quantità di mescolanze di oggetti, forme, caratteristiche, qualità…. nessun confine reale. nessuna definizione strettamente rispettata. nessuna possibilità realistica di classificazione.

le regole le inventiamo noi. e quando troviamo qualcosa che non le segue, la classifichiamo con il rassicurante nome di ECCEZIONE. lo facciamo con tutto, anche con noi stessi. probabilmente, questo ci fa sentire più sicuri. ci fa apparire l’universo un po’ più ordinato di quello che realmente è e la nostra vita un po’ più prevedibile di quanto in realtà non sia.
la verità è che le leggi universali su cui basiamo la nostra conoscenza e tramite cui costruiamo palazzi non esistono, non nel senso stretto del termine. così come le catalogazioni o i confini. una sola “eccezione” basta a de-confermare la regola. una sola non-spiegazione è sufficiente a mettere in moto cervelli per la ricerca di un modello migliore di descrizione della realtà, che comprenda anche ciò che il precedente aveva escluso. prendiamo la natura della luce ad esempio. prendiamo la relatività. prendiamo la storia della terra piatta appoggiata su quattro elefanti appoggiati su una tartaruga. procediamo per errori. cataloghiamo per superbia.

non smetteremo mai di far fiorire nuove tipologie di relazione. personalmente, ho sempre praticato l’infedeltà seriale prima di scoprire che esiste una cultura del consenso sulle “scappatelle” e sul sesso “extra coniugale”. attualmente, amo la mia libertà e credo di essere una poligama, sia “sessuale” che “sentimentale”, nella forma più classica.
a volte però attraverso strani periodi. dove “strano” sta per “non normale” inteso come “lontano a sufficienza dalla media”. a volte soffro di poligamia monolaterale. o meglio, sono monogama ma non lo pretendo. anzi, amo la poligamia del mio uomo. a parte iracondi e passeggeri attacchi di ansia/panico/gelosia che in genere mi colgono quando non conosco il “nemico” o quando si tende a privarmi di qualche cosa in nome di qualcun’altra, mi piace sentire parlare il mio uomo delle altre. mi piace vederlo andare via con loro sottobraccio. adoro stare a guardare ciò che si può guardare ( e spesso anche quello che “non si può”).
questo comportamento è forse lontano dalla media. sono una poligama capace di tollerare la monogamia monolaterale. non ho bisogno di possedere altro, a volte. a volte mi basta un solo uomo. per brevi, acuti periodi. a volte non desidero altro. a volte non ho bisogno di altro. i monogami userebbero il termine “ti basta” o “ti soddisfa”. la verità è che no, un uomo solo non mi soddisfa mai. esattamente come non mi soddisferebbe un solo gusto di gelato o un solo tipo di pasta per tutta la vita. non posso SCEGLIERE davvero. posso scegliere di non scegliere, al massimo. ma la maggior parte delle volte no, non mi basta. non mi soddisfa. ancora, la classica risposta di un monogamo sarebbe “perchè non hai trovato ancora quello giusto”. e la risposta classica è “perchè non esiste”. non esiste, una persona in grado di bastarmi per tutto, in tutto, per sempre. non c’è. amo ogni cosa ed il suo contrario. gli occhi verdi e gli occhi blu. gli spaghetti e le tagliatelle. l’amore romantico e il sesso violento. gusto pistacchio e gusto cioccolata fondente.l’uomo attempato e il ragazzino ventenne. le vacanze al mare e quelle in montagna. il letterato e lo sportivo. il pesce e la carne. l’uomo e la donna.
perchè? non lo so. forse perchè vedo il mondo senza confini. senza regole. senza etichettature. forse perchè vedo solo infinite sfumature.

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Adel [l’amore non paga. fattelo bastare]

– coltello puntato – il mio coltello contro la tua armatura, cavaliere.

-Non sono un cavaliere.

-La cosa non ha la minima importanza.

-Sei una che si fida. – Il cavaliere alzò le mani, le mostrò i palmi vuoti. – non sono armato.

-Regola numero uno. Mai presentarsi ad un appuntamento disarmati.

-Già. Ora me ne stai facendo pentire

-Regola numero due. – distese il braccio completamente e mise in mostra il pugnale. Per farlo, lo costrinse ad indietreggiare qualche passo. Era un bel pugnale. Argento, probabilmente. Un sacco di oro per comprarlo, valutò – mai lasciarli avvicinare oltre la distanza di sicurezza..

-Già. Mi avevano avvertito che non sei una facile.

-Regola numero tre. Mai avvicinarsi alle spalle di una sconosciuta.

-Tu non sei una sconosciuta.

-….

-Noi due ci conosciamo.

La lama affievolì di un secondo la sua forza.

-Racconti balle, straniero.

– Ti ho vista arrivare. Ti ho guardata. Noi due ci siamo già incontrati.

– Questo è impossibile.

-… ci conosciamo già.

– Forse in un altro mondo. In questo, io non mi ricordo di te.

-…..Touchè.

– Ora credi di poter fare qualche altro passo all’indietro in modo che io possa rinfoderare il pugnale – la punta della lama di fece più forte e lei più vicina – oppure ne vuoi fare qualcuno in avanti e infoderarlo tu?

Il cavaliere indietreggiò. Lei tornò a ciò che stava facendo. Gli voltò le spalle. Eppure. Era come se lo stesse ancora guardando.

– Ora dimmi che cosa posso fare per te. Cavaliere.

– Perché credi che voglia qualcosa da te?

-Ho come l’impressione che ti interessi qualcosa. Forse… uno dei miei servigi.

– forse.

– Quindi. dimmi cosa posso fare per te.

– Dimmelo tu.

Adel lo squadrò.

– Io credo che tu non abbia abbastanza denaro – gli puntò di nuovo una lama, questa volta molto vicino ai testicoli – nella tua borsa.

– Io credo proprio di averne più che a sufficienza.

– Ah sì? Beh – Adel lo squadrò di nuovo – io non sono interessata.

Fece per andarsene. Il cavaliere le afferrò il polso, la costrinse a girarsi e la strinse a sé.

-Swwwiiiiissssshhh – un coltello puntato.

-Stai dimenticando la regola numero due. Straniero.

-….

-Il mio pugnale contro la tua armatura.

-Non è un’armatura.

-Hai ragione. Ne è una stupida imitazione.

-Io credo che dovresti smettere di puntarmi il pugnale addosso.

– E cosa dovrei fare, invece? Sentiamo.

– Infilarti in quel vicolo laggiù, per esempio. E inginocchiarti.

– Io credo che tu non abbia abbastanza denaro nella tua borsa.

– L’amore non si paga.

– Non me ne intendo di amore. Ma un pompino in ginocchio nascosta in un vicolo credo che sia davvero l’idea più lontana da esso che mi sono fatta.

– Hai ancora molto da imparare.

– …

– …

– E tu mi devi ancora pagare.

– Vorresti i soldi PRIMA?

– Io li prendo sempre PRIMA.

– E come faccio a sapere che farai davvero quello per cui ti ho già pagato?

Adel svicolò il braccio dalla sua mano.

– Credevo che ti avessero parlato di me.

Gli piantò gli occhi nei suoi. Il cavaliere sussultò. Erano bianchi.

– Nessuno dei tuoi compari si è mai lamentato per ciò che ha pagato.

– ….

– Che c’è? Credevi di avere l’esclusiva… cavaliere?

– Se io sono assomiglio ad un cavaliere, allora… tu assomigli davvero tanto ad una puttana.

– Non me ne intendo di puttane. Ma se intendi dire che mi faccio pagare per fare quello che mi si chiede di fare. Allora sì. Probabilmente lo sono.

– ….

– A mezzanotte. Nella piana. Porta i tuoi soldi. O in cambio avrai un pugnale in ricordo, per il tempo che avrò perso.

Adel giudicò chiusa la conversazione. Rinfoderò il pugnale. E si allontanò.

– Qual è il tuo nome?

Si fermò.

– Adel

– Adel e poi?

– Solo Adel.

– …?

Ancora quegli occhi bianchi. Puntati nei suoi.

– Fattelo bastare.

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come un castello (mi difendo. da me stessa. non so far altro.)

come un castello, mi difendo. da me stessa. non so far altro.
sono una cinicica, stupida e gelida scienziata. crudele e inrtansigente. e a volte, il lato obiettivo delle cose non è quello giusto da cui guardarle.

è cominciato tutto molti anni fa. quando ho iniziato a chiedermi sempre i perchè. i perchè di tutto. i perchè delle cose.
credo che tutti nella vita si chiedano dei perchè. c’è chi si chiede solo perchè le si spezzino in continuazione le unghie, d’accordo. ma, beh…. è pur sempre un perchè.
i miei perchè sono sempre stati molto reali. molto concreti. molto scientifici. e la biologia, ho scoperto presto, era per me come la religione. il libro delle risposte. il motore che fa muovere il mondo. tutti i perchè delle cose. la luce che indicava la strada. immagino che ve ne sarete accorti. il mio incedere nella vita somiglia piuttosto bene all’incedere di uno scienziato. che osserva. raccoglie dati. analizza. elabora teorie e spiegazioni. le verifica.
beh. lasciatevelo dire. non sempre è confortante. a volte ti consola, spiegandoti il motivo di un comportamento che ti ha stupito. a volte ti aiuta, indicandoti per brevo tratto la direzione e il cammino. ma non sempre è confortante.e a volte, sembra quasi che indichi la direzione sbagliata.

prendi stamattina. prendi ierisera. sepolta da pensieri nebulosi. incerta sul da farsi. il cuore a metà strada, legato da briglie logore e stantie, vecchie di decenni. allentate, ma ancora chiuse. sul punto di rompersi, ma ancora resistenti. il cuore legato. ma non troppo immobile. immobilizzato, ma con ancora la capacità di pulsare. piuttosto sotto controllo. ma non come dovrebbe. e la fregatura è lì. nello spazio tra la testa e il cuore. tu ti fermi a riflettere e all’improvviso hai due direzioni, davanti. due decisioni. due pensieri. due visioni del mondo. entrambe dentro di te. contrarie. e non sai più quale ascoltare.
rileggo le pagine indietro, cerco conforto nelle mie stesse convinzioni, fisse e sicure come l’inchiostro su carta. e vi trovo sempre: cinismo e fredda determinazione. e l’amore? dov’è l’amore?

il metodo è semplice: contare i successi e gli insuccessi, per ricavarne la legge dell’ovvietà. nessuno ama per sempre. o almeno così sembra. anche se “nessuno” scientificamente parlando in realtà equivale semplicemente a una deviazione standard. il che significa che qualcuno c’è. ma significa anche che sono così dannatamente POCHI.

riempio il cellulare delle parole che hai bisogno di sentire. è il mio cuore che detta. la raizonalità l’ho messa a tacere. ma poi sono arrivati i sogni. dopo. arrivano sempre i sogni.

non ricordo cosa ho sognato. ma mi sveglio. polverosa e cinerea. col passo pesante. il cuore schiacciato sotto un peso. il lento incedere che è quasi un non camminare più.
oh, louise, non sto dicendo la verità. non mi stai minacciando, sono io che mi minaccio. la mia vita prudente e ben guadagnata non significa niente. l’orologio ticchettava. pensavo: quanto manca perchè comincino gli urli? quanto manca alle lacrime, alle accuse e al dolore? quel particolare peso sullo stomaco che duole quando perdi qualcosa che non sei riuscito ad apprezzare? perchè è la perdita la misura dell’amore?

il mio cervello da scienziata pulsa. non può fare altro. forse è solo un meccanismo di difesa. forse è come sono. forse han ragione tutti gli altri, quando mi dicono che sono gelida. e cattiva. ed egoista e crudele. come un castello, mi difendo. da me stessa. non so far altro.
Non desideravo solo la carne di Louise, desideravo le sue ossa, il suo sangue, i suoi tessuti, i tendini che la tenevano insieme. L’avrei tenuta stretta per milioni di anni finchè lo scheletro fosse diventato polvere. Chi sei tu che mi fai provare queste sensazioni? Chi sei tu per cui il tempo non ha significato?
Sentendo il calore delle sue mani pensai: è il fuoco che sfida il sole. Qui mi riscalderò, mi nutrirò, troverò conforto. Mi aggrapperò a questa pulsazione obliando ogni altro ritmo. Il mondo andrà avanti e indietro in balia della marea del giorno ma non qui nelle sue mani, con il mio futuro tra le sue palme.

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