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questione di pelle (a volte capita)

 a volte capita ed è una questione di pelle. di curve del corpo. di profumi che sentiamo da lontano. di odori che non ci accorgiamo di respirare. a volte è il corpo a sapere. prima di tutto. anche di noi.

ti vedo camminare verso di me e non ricordo con esattezza la prima volta che ti ho osservato. è strano. tutto dentro di me è un meccanismo  autonomo, autofunzionante e perfettamente oliato. non posso fermarlo.  i nostri corpi scivolano uno sull’altro, uno dentro l’altro, senza la minima imperfezione, senza la minima esitazione. resto seduta a guardarti. il modo in cui cammini, quello in cui ti muovi. appoggio le pupille sul colore del tuo incarnato e lo sguardo sulle linee del tuo viso, del tuo corpo, sulla consistenza dei tuoi vestiti. non faccio niente, non mi muovo neppure. ma ho fatto già tutto e già abbastanza. è tardi ed è già accaduto. la mia pelle ha già sussultato ed il cuore ha già accelerato di un battito il suo ritmo normale. ho già desiderato le forme sotto la tua maglietta e mi sono già arresa al desiderio irrefrenabile di ricalcare i disegni sulla tua pelle con la lingua. ho già riso dei tatuaggi sciocchi e sono già morta su quelli seducenti. mi hai già spogliato, con gli occhi e con le mani, in ogni angolo del pianeta. hai allungato la tua lingua su di me infinite volte ed hai infilato, crudelmente, le tue dita nei miei fianchi, a fondo. hai già appoggiato la tua cappella sulla curva delle mie natiche, la tua bocca tra le mie gambe e il tuo cazzo dentro di me, con forza, a lungo, fino a farmi tremare, fino a farmi gridare. il tuo cuore è già arrivato in profondità dentro di me, a due passi di distanza dal mio.
no, non ti spaventare. non mi sono ancora mossa. e sono stata brava,  ho persino evitato di guardarti: i desideri dentro la mia testa sono così chiari che ho paura che li possa scorgere il mondo intero solo osservando l’espressione con cui ti guardo arrivare. mi saluti e il modo in cui sfili la sigaretta dal pacchetto mentre pronunci il mio nome lo conosco. sussulto perchè l’eco della tua voce è un suono che appartiene al mio passato. abbiamo già scopato, matt. e forse tu non lo sai. hai già riso sul mio corpo, cenato con me, nuda, sul tuo divano; bevuto vino stesi a terra sotto il cielo del tuo balcone. ho già adorato ogni singolo dettaglio di te. uno dopo l’altro, uno dentro l’altro. gli umori viscerali che mi riempiono il corpo ne sono la prova inconfutabile, non puoi negarlo. perchè già chiedono di te, quando alzo la per la prima volta i miei occhi nei tuoi. come se ti conoscessero da molto tempo.
il corpo sa. il corpo sa sempre tutto. e mi piega ai suoi voleri. ed io non posso farci niente. torno a sedere, in mezzo agli altri perchè è difficile reggere il peso di tutto questo rimanendo in piedi. ci vedo andare via insieme e mi sembra che il mondo ci abbia già osservato allontanarci per un milione di anni in passato. sul letto, scivoli dentro di me, il tuo cazzo nella mia bocca ed io chiudo gli occhi attorno al conforto che la forma della tua cappella mi dà, una sensazione già nota, già studiata, che già mi appartiene. sei nel mio passato o sei qui davanti a me? alzo gli occhi confusa. cerco di focalizzare l’attenzione sulla scritta che hai sulla maglietta, senza riuscire a carpirne una sola sillaba, mentre qualcuno ti parla. e quando le tue dita si dispiegano sulle mie curve, il mio corpo nudo si piega e si modella sotto la forza delle tue mani, forgiato da qualcosa che esisteva già prima di conoscerlo o che forse è arrivato solo ora.
non lo so, sono confusa. mi alzo e cerco del cibo. forse un po’ di zuccheri mi potranno aiutare. ma quell’immagine allo specchio non mi serve, non è d’aiuto, mi confonde. mi infili il cazzo da dietro e lo fai spingendolo tutto, fino all’ultimo millimetro, senza staccare gli occhi dal mio corpo, piegato sotto il tuo. ed io ci ho già visto farlo. e non so come spiegarti. ti guardo dritto negli occhi mentre mi prendi per i capelli  e tiri il mio viso accanto al tuo. è come se ti conoscessi da quasi un miliardo di anni. so che non sorriderai ma che continuerai a guardarmi serio, come se non l’avessi mai fatto, prima. qualcuno ride a qualcosa di spiritoso che hai detto ed io ritorno. cerco di ascoltarti. scuoto la testa, confusa, e quando riapro gli occhi tu sei lì che mi guardi, che mi osservi parlare e il tuo sguardo rimane troppo nei miei occhi, il tuo sorriso rimane troppo a lungo sulla tua faccia. non capisco cosa vuoi, perchè ancora mi desideri come se questa non fosse la prima volta che ci vediamo. sei già stato dentro di me, matt, ricordi? appoggiato, nudo, sul mio corpo schiacciato dal tuo peso e con tutto il tuo cazzo infilato nel culo. mi parli dei miei tatuaggi mentre ripeto a me stessa che non ti conosco, che non so chi sei o da dove vieni e che ricordo di te solo il desiderio che ho di averti. da tempo immemore o da sempre, è uguale. come un serpente che si morde la coda.
ti alzi per andartene e portarmi via con te. chiudi la mano a pugno sul tuo uccello eretto e continui a muoverla avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro, regolare e conturbante. ti ascolto gemere e ansimare e aspetto con impazienza di conoscere il gusto che hai.  sorrido. mi sento a casa mentre muovo i miei passi con te di fianco spostandoci verso la tua macchina. il mio respiro è regolare e lo stomaco è ancora al suo posto. è strano ma è perchè l’ho già visto, l’ho già provato e l’ho già vissuto, perciò è inutile fantasticare. futile preoccuparsi.
a volte capita ed è una questione di pelle, di curve del corpo, di profumi che abbiamo già sentito e di odori che abbiamo già annusato. la pelle vibra ed  il sangue scorre più velocemente nelle vene e gli umori diventano d’improvviso più bollenti, all’interno.
mi vieni in bocca ed io rido, mentre con le mani nascondo i seni agli occhi indiscreti del tuo vicino di casa perchè siamo nudi, entrambi, appoggiati al parapetto del tuo balcone. apri lo sportello della macchina e con un gesto meccanico mi infilo in uno spazio che un istante prima apparteneva solo a te. prima quanto?  mi chiedo. mi sembra di possederti da sempre. in ogni istante. su ogni millimetro di pelle rovente.

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io te e lei. (V.M. 18)

e lei ha una pelle candida e morbida, pallida come la luna. proprio come me l’avevi descritta. le sfioro la linea del collo, leggo la forma delle sue vertebre sotto i miei polpastrelli. rabbrividisce e per un attimo si ferma, si volta, mi sorride.

cerco di non farmi distrarre. tuffo il basilico in una ciotola di acqua, cerco di rimanere concentrata. cosa dovevo fare, a questo punto? l’ordine delle cose si confonde. nella mia testa solo tu e i tuoi capelli colore del fuoco. non credo di farcela ad arrivare a fine cena. non so se riuscirò a fingere ancora così a lungo.il desiderio, imperante, che mi permea e stupra il cervello in questo istante è violento e sa di te. immobilizzarti la mano con cui impugni il coltello, schiacciarla sul tavolo in modo che tu non la possa spostare. schiacciarti il mio peso addosso fino a farti gemere per il dolore che ti incide le carni, morbide, tra il marmo e le tue bellissime ossa del bacino. annusarti e ascoltare qual’è l’odore che fai, quando sei eccitata e in attesa…. credevo di averlo solo pensato. ed invece l’ho fatto. davvero. ho una mano libera ancora, se non avete perso il conto ed è quella che uso per raccoglierti la gonna e infilarmici sotto, la mia mano contro il profilo del tuo culo, la tua pelle così dolce. penso e faccio, senza nemmeno più sapere, mi risveglio in ginocchio con la mia faccia che scivola e si insinua nello spazio chiudo tra le tue natiche e le tue cosce, fino a non vedere più niente tranne qual’è la forma del tuo corpo visto da in mezzo alle tue gambe. inspiro e mi riempo i polmoni. il tuo profumo ubriaca. la mia lingua ti indaga. adoro leccartela appoggiandomi sul tessuto morbido delle tue mutandine. sentire e non sentire. godere e non godere. no, non ho fretta, alessio non tornerà prima di un’ora. voglio godermela. abbiamo tutto il tempo.

le tue labbra sono morbide, sensuali, così bollenti ed umide. le esploro, attraverso il tessuto, studio le tue reazioni, cerco di individuare i punti più dolci, quelli più sensibili, quelli – proprio quelli – che ti fanno trattenere il fiato ora. insisto. e mi distraggo. sono stata ingenua e ho abbassato la guardiae ho perso il controllo di te. così ti giri e subisco, passiva, ciò che desideri. sollevi leggermente una gamba – è un trucco che conosco – e mi spingi il viso ancora più a fondo in mezzo alle tue gambe. sorrido, mentre allungo la lingua lì dove dovrebbe nascondersi l’entrata, oltre il pizzo delicato delle tue mutandine e mentre sento il clitoride gonfio, caldo, che mi batte sulla faccia. penso (ancora penso? oh mio dio) che è strano trovarmi a succhiarti tra le gambe senza averti mai nemmeno baciato sulla bocca – sulle labbra, quelle vere. mi alzo in piedi e ti schiaccio, di nuovo, tra me ed il marmo. non voglio che tu vada da nessuna parte, ora. voglio che resti qui. a farti guardare. il grigio dei tuoi occhi a volte mi spaventa. sei così bella che ho paura di sciuparti. mi chiedo se pensi lo stesso di me. e tu, mi senti, senti il cambio di registro dei miei pensieri. e per tenerli zitti, mi prendi il volto tra le mani e mi baci. di quei baci morbidi che solo le donne sanno dare. senza fretta, senza violenza, senza fervore: solo il piacere dell’esplorarmi lentamente, un millimetro dopo l’altro, rispondere ai miei movimenti, lasciarmi adattare ai tuoi. appoggio le mani sui tuoi seni. sei ancora vestita, troppo vestita. li stringo, con delicatezza – ho paura di farti male. mugoli di piacere, il tuo bacino si spinge contro il mio ricordandomi dov’è il luogo più caldo del desiderio – mio e tuo insieme – e quando stacchi una mano e la allunghi oltre me, all’inizio non capisco. poi lo sento. lo vedo. entra nel mio campo visivo ma sta guardando te, ipnotizzato. i tuoi occhi devono essere stregati. senza chiedermi nulla e senza togliere un solo grammo di pressione e desiderio dal tuo corpo spinto verso il mio, lo baci. non l’ho mai visto baciare un’altra donna e rimango senza fiato. gli occhi chiusi di entrambi vi proiettano in uno spazio fatto di sole e pure sensazioni. luoghi del desiderio, da cui per una sola frazione di secondo temo di rimanere esclusa. ma poi lo sento. conosco ogni sfumatura ed ogni curva del suo cazzo in erezione, eppure quando me lo appoggia nella scanalatura tra le natiche, attraveso strati di vestiti, è come se fosse la prima volta. mi bagno come una bambina e lui lo sa, lo sente dall’odore che io e te facciamo insieme. insinua una mano nello spazio inesistente tra i nostri due corpi, spinge per aprirsi un varco, fino a infilarsi non so proprio come oltre i jeans, dentro alle mie mutande e intingere la punta delle dita nei miei liquidi caldi. quando toglie la mano, smette di baciarti. ti guarda, ti tiene bene fissi gli occhi addosso. il suo corpo schiacciato sul mio, il mio sopra il tuo e dietro solo un bancone di marmo. e poi finalmente, il mio premio, il mio meritato premio è un suo bacio con gli occhi fissi nei miei, mentre le sue dita bagnate scivolano nella tua bocca. sussulti. non ti aspettavi il mio sapore. e non so come, riesci a svincolarti e lui approfitta dello spazio che si è creato per stringersi a me. ho bisogno di questo. i suoi occhi, la sua bocca, la sua attenzione. completa. il silenzio nei nostri sguardi. non c’è bisogno di parlare. sorrido.e lui sussulta. chiude gli occhi e solleva il mento, ascolta, di nuovo perso in quel mondo di solo piacere. strano vedergli questa sensazione e sapere di non esserlo io ad averlo preso in bocca. abbasso gli occhi e sei tu. lo spettacolo più bello che io abbia mai visto. il tuo viso che scivola avanti e indietro, la sua mano che ti tiene a bada i capelli, le tue labbra che disegnano la “o” perfetta del contorno del suo cazzo. continui a succhiarglielo come se nulla fosse, alzi lo sguardo su di lui, prima, e su di me, poi. lì rimani. siete bellissimi ed io non vorrei mai distogliere lo sguardo. ma me ne devo andare.

andare per poi tornare. la situazione non è cambiata, se non di poco. giusto la posizione – che, devo dire tra l’altro, non avevamo mai provato. l’hai disteso sul tavolo completamente – marmo gelido contro la sua pelle bellissima – e con devozione glielo stai ancora tenendo in bocca e succhiandolo gustosamente. sei bellissima ed io voglio fare qualcosa per te. voglio un briciolo della tua attenzione. voglio che tu senta quella erezione diventarti ancora più dura, in bocca, per l’eccitazione e voglio sentire alessio sussultare. ti alzo la gonna e lascio che il mio sguardo segua il profilo del tuo culo. potrei stare ore solo qui a guardarlo. e invece lo assaggio, in punta di lingua, lo accarezzo, con i polpastrelli di una mano. l’altra è già pronta, bagnata al punto giusto, una piccola noce di lubrificante apoggiata sulla punta delle dita. ti scosto le mutandine e non voglio che tu abbia tempo per pensare, per accorgerti,per capire. ti spalmo le dita sulle labbra, le muovo su e giù, cerco di farti aprire. la tua testa si blocca, un istante, hai un tentennamento per un secondo e alessio riapre gli occhi e mi vede. le mie dita che scompaiono tra le tue gambe e quel dildo nero in mano. sorride e non ti dice niente. chiude gli occhi e ti ascolta, leccarglielo e amarlo come tu sai fare. te ne appoggio la punta sull’apertura della tua fica. è freddo – adoro questo materiale – e hai un guizzo, non sai cosa sta succedendo. vuoi alzare la testa per controllare, ma lui ti blocca con una mano, te la rispinge in basso, un movimento rapido e deciso che te lo affonda in gola. – ferma e continua a succhiare – ti ordina. e tu ubbidisci. sei bravissima a farlo. e come premio, ti meriti il servizio completo. te lo infilo tutto, dentro, in un colpo lento ma deciso, non so quanto sei brava a lasciarti invadere. il tuo corpo crolla su quello di alessio e togli la bocca dal suo cazzo per poter respirare. sollevi un poco i piedi, da terra, alzi il culo all’insù per farti penetrare e godere. sorrido, mentre lo tiro fuori e poi te lo rispingo dentro e quando arriva a fine corsa e ti batte contro l’utero, alessio ti schiaffeggia. un solo colpo, duro, sul volto. – ho detto continua a succhiare – ti dice ed i suoi occhi sono tornati di quel verde militare che hanno solo quado impartisce un comando. ti prende per i capelli e ti costringe ad aprire di nuovo le labbra. il tuo diaframma sussulta, hai finito lo spazio e la sua cappella è nella tua gola ora – lo so, è lungo e grosso ed impegnativo, lo so, ma ce la puoi fare. cerca solo di non respirare. il ritmo con cui ti muovo il dildo dentro di te diventa in fretta lo stesso con cui lui ti muove la testa su e giù. penso che ti vorrei legare le mani dietro la schiena e immobilizzare la gambe al tavolo, solo per il gusto di toglierti ogni possibilità di scelta e costringerti alla resa, ma è presto – troppo presto – non possiamo fare tutto ora.
vorrei continuare questo giochino per ore, guardarti succhiare il cazzo del mio uomo, che è di una bellezza senza fine e ascoltare lui farsi il respiro forte e corrugare la fronte ascoltando il suo orgasmo che sale. accorgermi che sei tu a fremere, sotto i colpi del cazzo in vetro che hai dentro e guardarlo scivolare, dentro e fuori da te, sempre più umido, sempre più bello. ma il momento ormai è quasi arrivato – mi aveva detto alessio che sei veloce a farlo venire con la bocca ed è vero, sei dannatamente brava – e anche questa volta ti meriti un premio. ti affondo il vetro nero di questo enorme cazzo dentro e te lo tengo dentro spingendoti addosso il mio bacino. infilo una mano e cerco il tuo clitoride gonfio, grosso e caldo e ti masturbo, senza gentilezza, senza decenza, te lo schiaccio sotto le dita e te lo sfrego veloce con la mano, fino a farti gemere, fino a farti bagnare, fino a farti godere e raccogliere il tuo sapore nell’incavo della mia mano, mentre alessio – oh, alessio è a un buon punto – ti stringe i capelli e ti tira ancora di più a sè. abbassa il viso ed è questo il momento, quello in cui affonda il suo bacino ancora di più su di te, sollevando le anche come se fosse una mareggiata che ti esplode in faccia, posso immaginare la punta della sua cappella nella tua gola, mentre abbassa ancora di più il viso e ruggisce, quel sommesso suono gutturale che il suo demone interno produce quando arriva dritto all’apice del piacere… ti riempie la bocca in un istante e quando ha finito anche l’ultimo colpo ti lascia svicolare, devi respirare, apri la bocca per prendere aria, io ti levo le mani da dove le ho dimenticate e te le metto sulla gola, le dita umide piene del tuo sapore, ti costringo il viso verso il mio e ti bacio, lentamente, dolcemente, senza fretta e senza pressione, infilo la bocca per sentire il sapore che hai quando la tua saliva è piena dello sperma del mio amore.

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LA CENA/3

legata, penso. che probabilmente vuoi solo giocare. che mi lascerai qui, a soffrire per un po’ e poi mi slegherai mani e piedi e mi rivestirai e tirerai fuori la sedia che manca, mi farai sedere e mangiare da un piatto appoggiato su una tovaglia, come succede in tutte le cene normali in tutto il mondo.

o forse no.

dalla posizione in cui mi trovo, ti vedo solo con la coda dell’occhio. davanti ai fornelli, mescoli qualcosa in un tegame e poi apri il frigo. e capisco. che non ci sarà nulla di normale. il cibo è già tutto pronto. e disposto. non riesco a vedere tutto, ma vedo i piatti, trasparenti, su cui hai già disposto la tua cena. e mentre richiudi lo sportello, mi passa un brivido sulla schiena. tu sorridi. e mi appoggi un tessuto sugli occhi. nero. profuma di fresco. e all’improvviso sussulto. mi hai appoggiato qualcosa di freddo proprio sulla bocca dello stomaco. freddo e morbido. un po’ scivoloso. aggiungi oggetti con pesi diversi. cerco di capire, dalle forme e dalla consistenza, ma è difficile. mi infili un dito tra le labbra e mi costringi ad aprire una fessura tra i denti. ci infili qualcosa. non perchè vuoi che lo ingoi. ma perchè desideri che ce lo tenga. dal sapore, sembra metallo. sono le tue posate. poi c’è del vetro. appoggiato sul mio monte di venere. un bicchiere, forse? o un recipiente piccolo. lo appoggi con delicatezza mentre le tue labbra premono sul mio orecchio. FERMA. mi dici. ascolto il rumore della sedia che striscia sul pavimento. sento l’aria che muovi mentre ti siedi. e infine mi liberi gli occhi ed il tessuto che hai in mano lo stendi con dovizia sulle tue ginocchia. mi guardi e ti brillano gli occhi. sei orgoglioso di ciò che vedi. non avresti potuto fare di meglio.

sul mio stomaco, sono disposte morbide fette di lardo. nell’incavo dell’ombelico hai depositato qualche cucchiaiata di una salsa rossa, un po’ piccante. la sento, che pizzica la mia pelle delicata. tra i denti, ho un coltello. me lo togli di bocca e finalmente deglutisco. è quasi doloroso, dopo tutti quei secondi di immobilità.
tra le tue mani compare una fetta di pane. profuma. probabilmente è caldo. impugni il coltello e con una leggerissima pressione raccogli una piccola porzione di lardo, che sul pane caldo si scioglie all’istante. infili la punta della lama nella fossetta del mio ombelico, delicatamente. controlli il mio viso. so che ti chiedi come sto.
come sto? strana. non capisco il senso, di tutto questo. ti guardo assaporare il primo boccone. mi appoggi il coltello sui seni, è lungo giusto quanto serve a coprire la distanza tra i miei capezzoli. prendi una seconda fetta di lardo e questa volta la infili direttamente in bocca. te la godi. recuperi un secondo pezzo di pane. e lo usi per raccogliere la salsa dal mio ombelico. questa volta dimentichi la delicatezza. i contorni ruvidi della crosta mi graffiano la pelle. la mollica è ad una temperatura ustionante. tu con due dita spingi la fetta di pane sulla mia carne, a fondo, lentamente, attentamente. come stessi partecipando ad un concorso per la miglior scarpetta del secolo. riderei, se non facesse così male. in realtà sussulto, tentando inutilmente di sottrarre il mio corpo a quel dolore microscopico ma così lucido. così intenso. il movimento è brusco e ciò che c’era appoggiato sul mio pube cade sul tavolo e poi si frantuma a terra…. dal rumore capisco che era un bicchiere. e so quanto ci tieni alla tua collezione di calici e boccali. ma non faccio in tempo nemmeno a chiederti scusa, nemmeno a pensare di farlo, che tu mi hai già zittita con uno schiaffo a piene mani.
rimango senza parole. non mi avevi mai colpito in faccia, prima. non con quell’aria così cattiva. non con tutta questa forza. ma non è questo che mi lascia senza parole. quanto, più che altro, il nervo caldo di eccitazione che mi hai acceso tra le gambe. come un fulmine, come una scintilla da contatto, è esploso appena ho realizzato che mi hai davvero colpito senza nessuna remora e senza nessun motivo. sento il clitoride gonfiarmisi. la schiena si inarca, senza che io la comandi. mi mordo le labbra per non mugolare e, muta, ti cerco con gli occhi. stai sorridendo. mi infili un dito tra le gambe, senza garbo, a fondo, scandagliando lo spazio tra le mie labbra, lo tuffi nella mia eccitazione. e, quasi stessi controllando il sale, lo porti alle labbra e te lo succhi.

– la cena è di suo gradimento. vedo.

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LA CENA/2

….rimango per qualche attimo stordita, una mano a rimettermi a posto i capelli, l’altra infilata tra le gambe a scaldare le morbide pieghe della carne. che diavolo ti è preso? sono indecisa se ciò che ho appena assaggiato sia più un bene o sia più un male. sorrido. è uno dei tuoi soliti giochi. come quella volta che mi bendasti e svestisti e mi portasti nuda in giro per il palazzo, deserto, la notte di ferragosto. o quella volta che mi infilasti dentro per gioco un cestino di frutta intero, sfruttando e riempiendo tutti i miei orifizi….. non importa. decido di stare al gioco. liscio le pieghe bagnate che ho sul vestito e mi incammino verso la cucina. mi chiedo se mangeremo fuori. e se hai cucinato tu.

la cucina profuma di qualcosa come… asparagi e… una nota agrodolce sotto. che non capisco. mi guardo intorno. c’è un lungo tavolo di legno quasi nero, al centro della cucina. non è apparecchiato. cosa molto strana. e c’è solo una sedia in tutta la stanza. non capisco. cerco con gli occhi i tuoi occhi e prego che tu dica almeno una parola. questa cosa sta diventando inquietante. emozionante. quasi…. impercettibilmente eccitante.
– siediti.
mi dici. scosti la sedia e me la indichi con la mano. io mi siedo, accavallo le gambe, rassetto il vestito.
– hai bisogno di un aiuto a far qualcosa?
sorridi. anzi no. ridi. di me.
– sì. ho bisogno che ti siedi qui. e che ti svesti.
alzo un sopracciglio e non so se la mia faccia sta sorridendo oppure no. spogliarmi? credevo sarebbe stata una cena galante. non importa. lo faccio. mi levo le scarpe, per prime. senza quasi alzarmi, mi sfilo il vestito, oltre le spalle. altro non devo fare. sotto non porto biancheria. a te piace così.
ti avvicini e mi prendi con le mani sotto alle braccia. come una bambina, mi sollevi facilmente e mi fai sedere sul bordo del tavolo. nei miei occhi, un lampo. ricordi. di un ristorante isolato. un weekend al mare. una scrivania intagliata in montagna. è già successo. scoparmi su un tavolo credo sia una delle prime cose che hai fatto. e rifatto. e rifatto.
– nooo – strascicando i toni e scuotendo la testa- non ti scoperò in cucina.
ti guardo perplessa.
-in cucina si mangia.
dici. e mi afferri per la gola. veloce, non faccio nemmeno in tempo a reagire. mi stendi sul tavolo. mi fissi dritta negli occhi, assapori il mio stupore, la mia perplessità, la mia paura. sento le scanalature del vecchio legno sulla schiena. mi accarezzi le braccia, come se le volessi gustare per l’uòtima volta. e poi me le afferri e me le spingi sopra la testa. prima ancora che io mi possa muovere, mi scopro con i polsi legati, le braccia distese oltre il capo, i seni nudi ed esposti che disegnano una dolce conca a pochi millimetri dalla tua faccia. con movenze da animale, mi fiuti. segui la scia del profumo che ho indossato per te qualche ora fa. scivoli, sfiorandomi tutto il corpo con le labbra, fino a posarmi la bocca sulle ginocchia chiuse. le scosti, una dall’altra e quando penso che tu stia per infilartici in mezzo, ti togli. ti inginocchi. e con qualcosa che ha la consistenza di una corda mi leghi le caviglie alle gambe del tavolo. sono nuda, immobilizzata ed esposta, sul tavolo della tua cucina. quando torni in piedi, i tuoi occhi hanno una luce che non ho mai visto. ti guardo guardarmi e mi sorridi.
– sei bellissima
mi dici. e io per la prima volta penso che sì, è vero. sono bellissima. ma solo quando mi guardi così. solo per te.

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LA CENA

Mi hai invitata a cena. da te. sono lusingata. tre mesi che ci frequentiamo e non era mai successo. ci siamo conosciuti per caso. e sono stati tre mesi di sesso. infiniti. ed indescrivibili. sesso dappertutto. in ogni luogo reale e immaginario, della città e del mio corpo. non riesco ad immaginarci… per due ore. vestiti. insieme. seduti a un tavolo. da te.

non ho mai visto casa tua. per qualche motivo, non mi ci hai mai portato. lo considero un notevole passo avanti. mi chiedo cosa mi aspettI…. non ne ho neanche la più vaga idea. nemmeno il più sottile SOSPETTO.

suono il campanello.

il tiro del cancello schiocca ed io percorro il vialetto d’ingresso. è fresco e profumato. potremmo farlo in giardinovoglio dire. cenare, intendo. ovviamente. abbasso il capo per passare oltre le tende che offuscano la visione della sala. ed entro.

dentro ci sei tu. vestito di tutto punto. hai una giacca addosso e una camicia. persino la cravatta ed i gemelli a chiudere i polsini. all’improvviso, mi sento inadeguata. il mio abito leggero, tre strati trasparenti uno sull’altro che celano ai tuoi occhi il mio corpo completamente nudo sotto, mi pare decisamente troppo poco. in realtà, scopro in fretta che non ha importanza.
mi guardi e mi sorridi. non hai ancora detto una parola.
– ciao
ti dico. e ti allungo la bottiglia di vino. è un passito. il mio preferito. bianco. ancora ghiacciato. abitiamo cosìvicini, anche se non lo sapevo, che non ha fatto nemmeno in tempo a scaldarsi.
sorrido, ora un po’ incerta. tu non hai ancora detto niente. non c’è musica. la tv è spenta. sento solo il sussurro degli alberi mossi dal vento e qualcosa che sfrigola, delicatamente, in cucina. ma tu non parli. mi prendi la bottiglia dalle mani. non la guardi nemmeno. sorridi e mi appoggi una mano sullo sterno. mispingi addosso al tavolo, alle mie spalle, il tuo corpo che pesa sul mio, le tue gambe che levano alle mie la capacità di mantenere un equilbrio proprio. mi guardi dritta negli occhi e con un gesto sicuro, il gesto di un uomo che già conosce a prefezione la strada, abbassi la mano che tiene la bottiglia e me la infili sotto il vestito. lì, ti apri un varco tra gli strati sottili e mi premi la bottiglia sul clitoride. vetro ghiacciato direttamente sulla carne bollente. urlo, sorpresa e cerco di togliermi, di scivolarti via. tu mi fermi. una mano alla gola. e stringi. STAI FERMA. mi dici. e spingi ancora più forte. mi costringi a divaricare le gambe, ora. e tutta la mia fica è appoggiata sul vetro. ghiacciata. dolorante. pulsante. gemo. un lampo nei tuoi occhi mi fulmina. deglutisco a vuoto e blocco in gola il nuovo lamento. mi spingi la bottiglia ancora più addosso, ancora più dentro. se possibile. la tieni lì, ferma, finchè non sei sicuro che io sia calma. e poi mi levi la mano dal collo. e muovi la bottiglia. piano. è impercettibile. ma lo sento. la stai spostando. sento passare la scanalatura dell’etichetta e sussulto. sento il suo volume che diminuisce, piano piano, mano a mano che la sposti verso il collo. terrore nei miei occhi. ho paura di quel che farai. quando arrivi alla fine della bottiglia, sorridi. la sento premere proprio sotto di me. so cosa hai in mente di fare.
ma non lo fai. mi lasci andare. di colpo, come eri arrivato. non hai ancora detto una parola. rinsaldi la presa sulla bottiglia, con gesto sicuro. ne annusi l’odore. il mio profumo sul suo vetro. e scompari, in cucina, lasciando aperta la porta.

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