racconti erotici, sesso, V.M.18

LA CENA/3

legata, penso. che probabilmente vuoi solo giocare. che mi lascerai qui, a soffrire per un po’ e poi mi slegherai mani e piedi e mi rivestirai e tirerai fuori la sedia che manca, mi farai sedere e mangiare da un piatto appoggiato su una tovaglia, come succede in tutte le cene normali in tutto il mondo.

o forse no.

dalla posizione in cui mi trovo, ti vedo solo con la coda dell’occhio. davanti ai fornelli, mescoli qualcosa in un tegame e poi apri il frigo. e capisco. che non ci sarà nulla di normale. il cibo è già tutto pronto. e disposto. non riesco a vedere tutto, ma vedo i piatti, trasparenti, su cui hai già disposto la tua cena. e mentre richiudi lo sportello, mi passa un brivido sulla schiena. tu sorridi. e mi appoggi un tessuto sugli occhi. nero. profuma di fresco. e all’improvviso sussulto. mi hai appoggiato qualcosa di freddo proprio sulla bocca dello stomaco. freddo e morbido. un po’ scivoloso. aggiungi oggetti con pesi diversi. cerco di capire, dalle forme e dalla consistenza, ma è difficile. mi infili un dito tra le labbra e mi costringi ad aprire una fessura tra i denti. ci infili qualcosa. non perchè vuoi che lo ingoi. ma perchè desideri che ce lo tenga. dal sapore, sembra metallo. sono le tue posate. poi c’è del vetro. appoggiato sul mio monte di venere. un bicchiere, forse? o un recipiente piccolo. lo appoggi con delicatezza mentre le tue labbra premono sul mio orecchio. FERMA. mi dici. ascolto il rumore della sedia che striscia sul pavimento. sento l’aria che muovi mentre ti siedi. e infine mi liberi gli occhi ed il tessuto che hai in mano lo stendi con dovizia sulle tue ginocchia. mi guardi e ti brillano gli occhi. sei orgoglioso di ciò che vedi. non avresti potuto fare di meglio.

sul mio stomaco, sono disposte morbide fette di lardo. nell’incavo dell’ombelico hai depositato qualche cucchiaiata di una salsa rossa, un po’ piccante. la sento, che pizzica la mia pelle delicata. tra i denti, ho un coltello. me lo togli di bocca e finalmente deglutisco. è quasi doloroso, dopo tutti quei secondi di immobilità.
tra le tue mani compare una fetta di pane. profuma. probabilmente è caldo. impugni il coltello e con una leggerissima pressione raccogli una piccola porzione di lardo, che sul pane caldo si scioglie all’istante. infili la punta della lama nella fossetta del mio ombelico, delicatamente. controlli il mio viso. so che ti chiedi come sto.
come sto? strana. non capisco il senso, di tutto questo. ti guardo assaporare il primo boccone. mi appoggi il coltello sui seni, è lungo giusto quanto serve a coprire la distanza tra i miei capezzoli. prendi una seconda fetta di lardo e questa volta la infili direttamente in bocca. te la godi. recuperi un secondo pezzo di pane. e lo usi per raccogliere la salsa dal mio ombelico. questa volta dimentichi la delicatezza. i contorni ruvidi della crosta mi graffiano la pelle. la mollica è ad una temperatura ustionante. tu con due dita spingi la fetta di pane sulla mia carne, a fondo, lentamente, attentamente. come stessi partecipando ad un concorso per la miglior scarpetta del secolo. riderei, se non facesse così male. in realtà sussulto, tentando inutilmente di sottrarre il mio corpo a quel dolore microscopico ma così lucido. così intenso. il movimento è brusco e ciò che c’era appoggiato sul mio pube cade sul tavolo e poi si frantuma a terra…. dal rumore capisco che era un bicchiere. e so quanto ci tieni alla tua collezione di calici e boccali. ma non faccio in tempo nemmeno a chiederti scusa, nemmeno a pensare di farlo, che tu mi hai già zittita con uno schiaffo a piene mani.
rimango senza parole. non mi avevi mai colpito in faccia, prima. non con quell’aria così cattiva. non con tutta questa forza. ma non è questo che mi lascia senza parole. quanto, più che altro, il nervo caldo di eccitazione che mi hai acceso tra le gambe. come un fulmine, come una scintilla da contatto, è esploso appena ho realizzato che mi hai davvero colpito senza nessuna remora e senza nessun motivo. sento il clitoride gonfiarmisi. la schiena si inarca, senza che io la comandi. mi mordo le labbra per non mugolare e, muta, ti cerco con gli occhi. stai sorridendo. mi infili un dito tra le gambe, senza garbo, a fondo, scandagliando lo spazio tra le mie labbra, lo tuffi nella mia eccitazione. e, quasi stessi controllando il sale, lo porti alle labbra e te lo succhi.

– la cena è di suo gradimento. vedo.

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