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poliamore e BDSM (o dell’infedeltà e della sottomissione)

immagino. che essere poly c’entri con il BDSM. in maniera trasversale. non transitiva. ma parzialmente correlata.

in fondo,entrambe le condizioni (relazioni poly e sessualità BDSM) sono caratterizzate da una estrema apertura mentale. ma non solo. anche da un profondo ascolto ed una totale attenzione verso se stessi. se non mi fossi ascoltata, a fondo e a lungo e con una grossa dose di coraggio, sincerità ed obiettività, non avrei mai scoperto di essere poly. avrei semplicemente continuato a credere all’happy ending monogamo-eterosessuale-bigotto di tutte le favole che si concludono con “e vissero insieme felici e contenti”. Ossia, crederei ancora nell’esistenza del mio Principe Azzurro Perfetto da qualche parte nel mondo. Il mio promesso True Love. Sì, insomma. Quelle cazzate lì da perbenisti sognatori irrazionali.

E invece? invece ho imparato ad imparare. da me stessa prima di tutto. ascolto ed osservo. me, prima di tutto. e da me ho imparato: l’infedeltà. e la sottomissione.

essere poly non significa certo essere per forza kinky. eppure. in entrambe le condizioni si tratta solo di dare più ascolto a se stessi. potrei fare la lista dei miei amici “vanilla” che ho portato sulla cattiva strada, senza nemmeno doverli spingere….  uomini a cui ho chiesto di afferrarmi per la gola, legarmi ad un palo, bendarmi e scoparmi, schiaffeggiarmi e penetrarmi… e che hanno ubbidito con la spontaneità tipica solo di chi possiede già un germe dentro di sè. forse è insito nella natura maschile, abusare. potrei fare la lista di donne a cui farebbe bene una sana 24 ore di sesso, un fisting da togliere i pensieri, una doppia penetrazione con stimolazione clitoridea, uno squirting da anal che tolga loro la capacità di urlare….. certa che farebbe loro solo bene. se solo avessero il coraggio di ascoltare.

certo. non che il BDSM sia l’unico modo per vivere una sessualità felice. sicuramente, è solo uno dei tanti. l’essere umano non finisce mai di stupire. per originalità e stravaganza. ma sicuramente…. ognuno di noi… ognuno di voi… chi più chi meno…. credo fermamente che ogni persona abbia nell’animo un piccolo lato kinky. e mi chiedo cosa ci sia di così tanto TERRORIZZANTE nell’ascoltarlo e compiacerlo. nello staccarsi dalla massa. nel riconoscere ciò che è una propria inclinazione personale, un proprio desiderio inalienabile da appagare.

per me è stato un susseguirsi naturale di eventi. ho sempre amato il dolore, fin da piccola. collegarlo alla sfera sessuale è stato un passaggio complicato, ma non per questo meno soddisfacente. ho aspettato quasi dieci anni. dieci lunghi anni senza capire perchè mai il mondo reputasse il sesso un piacere tanto illuminante. e la prima volta che ho collegato le due sfere…. ho capito. ed ho ascoltato. ed ora sono qui, a dirmi che tante persone avrebbero bisogno di ascoltare. che tanti uomini dovrebbero avere meno paura di lasciarsi andare. e tante donne dovrebbero iniziare a scrollare le spalle e provare.

non condannatemi come un demonio. non sono il male più profondo. esattamente come voi non siete il bene più profondo. esistono un sacco di sfumature peccaminose in mezzo. trovate la vostra. trovate quella capace di darvi più felicità. si vive una volta sola. almeno viviatela veramente. in prima persona. non come una fotocopia sbiadita di ciò che dicono gli altri.

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LA CENA/3

legata, penso. che probabilmente vuoi solo giocare. che mi lascerai qui, a soffrire per un po’ e poi mi slegherai mani e piedi e mi rivestirai e tirerai fuori la sedia che manca, mi farai sedere e mangiare da un piatto appoggiato su una tovaglia, come succede in tutte le cene normali in tutto il mondo.

o forse no.

dalla posizione in cui mi trovo, ti vedo solo con la coda dell’occhio. davanti ai fornelli, mescoli qualcosa in un tegame e poi apri il frigo. e capisco. che non ci sarà nulla di normale. il cibo è già tutto pronto. e disposto. non riesco a vedere tutto, ma vedo i piatti, trasparenti, su cui hai già disposto la tua cena. e mentre richiudi lo sportello, mi passa un brivido sulla schiena. tu sorridi. e mi appoggi un tessuto sugli occhi. nero. profuma di fresco. e all’improvviso sussulto. mi hai appoggiato qualcosa di freddo proprio sulla bocca dello stomaco. freddo e morbido. un po’ scivoloso. aggiungi oggetti con pesi diversi. cerco di capire, dalle forme e dalla consistenza, ma è difficile. mi infili un dito tra le labbra e mi costringi ad aprire una fessura tra i denti. ci infili qualcosa. non perchè vuoi che lo ingoi. ma perchè desideri che ce lo tenga. dal sapore, sembra metallo. sono le tue posate. poi c’è del vetro. appoggiato sul mio monte di venere. un bicchiere, forse? o un recipiente piccolo. lo appoggi con delicatezza mentre le tue labbra premono sul mio orecchio. FERMA. mi dici. ascolto il rumore della sedia che striscia sul pavimento. sento l’aria che muovi mentre ti siedi. e infine mi liberi gli occhi ed il tessuto che hai in mano lo stendi con dovizia sulle tue ginocchia. mi guardi e ti brillano gli occhi. sei orgoglioso di ciò che vedi. non avresti potuto fare di meglio.

sul mio stomaco, sono disposte morbide fette di lardo. nell’incavo dell’ombelico hai depositato qualche cucchiaiata di una salsa rossa, un po’ piccante. la sento, che pizzica la mia pelle delicata. tra i denti, ho un coltello. me lo togli di bocca e finalmente deglutisco. è quasi doloroso, dopo tutti quei secondi di immobilità.
tra le tue mani compare una fetta di pane. profuma. probabilmente è caldo. impugni il coltello e con una leggerissima pressione raccogli una piccola porzione di lardo, che sul pane caldo si scioglie all’istante. infili la punta della lama nella fossetta del mio ombelico, delicatamente. controlli il mio viso. so che ti chiedi come sto.
come sto? strana. non capisco il senso, di tutto questo. ti guardo assaporare il primo boccone. mi appoggi il coltello sui seni, è lungo giusto quanto serve a coprire la distanza tra i miei capezzoli. prendi una seconda fetta di lardo e questa volta la infili direttamente in bocca. te la godi. recuperi un secondo pezzo di pane. e lo usi per raccogliere la salsa dal mio ombelico. questa volta dimentichi la delicatezza. i contorni ruvidi della crosta mi graffiano la pelle. la mollica è ad una temperatura ustionante. tu con due dita spingi la fetta di pane sulla mia carne, a fondo, lentamente, attentamente. come stessi partecipando ad un concorso per la miglior scarpetta del secolo. riderei, se non facesse così male. in realtà sussulto, tentando inutilmente di sottrarre il mio corpo a quel dolore microscopico ma così lucido. così intenso. il movimento è brusco e ciò che c’era appoggiato sul mio pube cade sul tavolo e poi si frantuma a terra…. dal rumore capisco che era un bicchiere. e so quanto ci tieni alla tua collezione di calici e boccali. ma non faccio in tempo nemmeno a chiederti scusa, nemmeno a pensare di farlo, che tu mi hai già zittita con uno schiaffo a piene mani.
rimango senza parole. non mi avevi mai colpito in faccia, prima. non con quell’aria così cattiva. non con tutta questa forza. ma non è questo che mi lascia senza parole. quanto, più che altro, il nervo caldo di eccitazione che mi hai acceso tra le gambe. come un fulmine, come una scintilla da contatto, è esploso appena ho realizzato che mi hai davvero colpito senza nessuna remora e senza nessun motivo. sento il clitoride gonfiarmisi. la schiena si inarca, senza che io la comandi. mi mordo le labbra per non mugolare e, muta, ti cerco con gli occhi. stai sorridendo. mi infili un dito tra le gambe, senza garbo, a fondo, scandagliando lo spazio tra le mie labbra, lo tuffi nella mia eccitazione. e, quasi stessi controllando il sale, lo porti alle labbra e te lo succhi.

– la cena è di suo gradimento. vedo.

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