racconti erotici, sesso

LA CENA

Mi hai invitata a cena. da te. sono lusingata. tre mesi che ci frequentiamo e non era mai successo. ci siamo conosciuti per caso. e sono stati tre mesi di sesso. infiniti. ed indescrivibili. sesso dappertutto. in ogni luogo reale e immaginario, della città e del mio corpo. non riesco ad immaginarci… per due ore. vestiti. insieme. seduti a un tavolo. da te.

non ho mai visto casa tua. per qualche motivo, non mi ci hai mai portato. lo considero un notevole passo avanti. mi chiedo cosa mi aspettI…. non ne ho neanche la più vaga idea. nemmeno il più sottile SOSPETTO.

suono il campanello.

il tiro del cancello schiocca ed io percorro il vialetto d’ingresso. è fresco e profumato. potremmo farlo in giardinovoglio dire. cenare, intendo. ovviamente. abbasso il capo per passare oltre le tende che offuscano la visione della sala. ed entro.

dentro ci sei tu. vestito di tutto punto. hai una giacca addosso e una camicia. persino la cravatta ed i gemelli a chiudere i polsini. all’improvviso, mi sento inadeguata. il mio abito leggero, tre strati trasparenti uno sull’altro che celano ai tuoi occhi il mio corpo completamente nudo sotto, mi pare decisamente troppo poco. in realtà, scopro in fretta che non ha importanza.
mi guardi e mi sorridi. non hai ancora detto una parola.
– ciao
ti dico. e ti allungo la bottiglia di vino. è un passito. il mio preferito. bianco. ancora ghiacciato. abitiamo cosìvicini, anche se non lo sapevo, che non ha fatto nemmeno in tempo a scaldarsi.
sorrido, ora un po’ incerta. tu non hai ancora detto niente. non c’è musica. la tv è spenta. sento solo il sussurro degli alberi mossi dal vento e qualcosa che sfrigola, delicatamente, in cucina. ma tu non parli. mi prendi la bottiglia dalle mani. non la guardi nemmeno. sorridi e mi appoggi una mano sullo sterno. mispingi addosso al tavolo, alle mie spalle, il tuo corpo che pesa sul mio, le tue gambe che levano alle mie la capacità di mantenere un equilbrio proprio. mi guardi dritta negli occhi e con un gesto sicuro, il gesto di un uomo che già conosce a prefezione la strada, abbassi la mano che tiene la bottiglia e me la infili sotto il vestito. lì, ti apri un varco tra gli strati sottili e mi premi la bottiglia sul clitoride. vetro ghiacciato direttamente sulla carne bollente. urlo, sorpresa e cerco di togliermi, di scivolarti via. tu mi fermi. una mano alla gola. e stringi. STAI FERMA. mi dici. e spingi ancora più forte. mi costringi a divaricare le gambe, ora. e tutta la mia fica è appoggiata sul vetro. ghiacciata. dolorante. pulsante. gemo. un lampo nei tuoi occhi mi fulmina. deglutisco a vuoto e blocco in gola il nuovo lamento. mi spingi la bottiglia ancora più addosso, ancora più dentro. se possibile. la tieni lì, ferma, finchè non sei sicuro che io sia calma. e poi mi levi la mano dal collo. e muovi la bottiglia. piano. è impercettibile. ma lo sento. la stai spostando. sento passare la scanalatura dell’etichetta e sussulto. sento il suo volume che diminuisce, piano piano, mano a mano che la sposti verso il collo. terrore nei miei occhi. ho paura di quel che farai. quando arrivi alla fine della bottiglia, sorridi. la sento premere proprio sotto di me. so cosa hai in mente di fare.
ma non lo fai. mi lasci andare. di colpo, come eri arrivato. non hai ancora detto una parola. rinsaldi la presa sulla bottiglia, con gesto sicuro. ne annusi l’odore. il mio profumo sul suo vetro. e scompari, in cucina, lasciando aperta la porta.

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